
Sto sul cammino
di un ponte solo
oro smagrito l'orizzonte.
Nebulosa
l'opalescenza apparente
e io
al traguardo del guado.
Questa linea candita
divide e impera
fra il prima e il poi
fra il mai
e il mio ritorno.
Si va via sempre nei giorni ventosi
perché siamo gas nobile
di miliardi di soli.
Solo battiti.
Nessuna frequenza ha la voce.
Soccombe ai netti
campionamenti del cuore.
Che sono il mio unico suono
nel buio, ora.
Su questa coda di malinverno
liquefatto in ghiacci lenticolari
che svernano sottopelle.
Chiuderò gli occhi negli occhi chiusi.
E sentirò farsi risacca
il ventoso cartiglio di foglie
Chiuderò gli occhi negli occhi chiusi.
E sentirò farsi risacca
il ventoso cartiglio di foglie
che applaude alla sagoma d'erba
in cui caddi.
Mi sarà culla
questo ventre
che bevo e mi beve.
Mentre sto a mani giunte
sul piano assiale
delle mie sequenze radianti.
Ogni immagine è il microsolco
di ferite
subite e procurate
e ognuna è il futuro
che potrei non essere.
E' in questo punto perfetto
che arriva
il mondo al suo unisono.
Ed è qui
che il poeta è l'albero
della cui ombra ha bisogno.
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