> OFFICINA NOTTURNA
lunedì, 23 novembre 2009
Lynne Drexler: Intermediary pointilism (tackad.blogspot.com/2009_02_01_archive.html)
I lumi sui cammini
appaiono nelle più disinvolte piogge.
Fasci di Leonidi a picco
e tu
che sali dall'acqua madreterra
ai cipressi lattei delle nubi
ai cieli inerpicati
alle somme magnitudini
sfiorate dai pianeti.

Non muoverti!
è il comando all'amore ubiquo
miglia ghiacciate
sulle finitudini lunari
che non basta farsi crisalide
se nelle ali non è il volo.

Nessuno più conosce
il regnare dei rami sopra il sole
quando accade
e accade
che i tramonti ci vestano da notte.

Divora
il fuoco
i cibi acerbi
e i racconti che passano di mano
dei cavalieri prostrati sul Sepolcro
dei respiri nel ventre di ogni cuore.

E suona
l'erba
l'estenuato nome
di ciò che ognuno è stato.
Così cantano
gli improvvisati venti
e tutti i pinnacoli e i fondali.

Perdonami questo amore
così feriale
la poc'anima qui in seno
il grigio lento del futuro.

E' che fui prima d'esserti
il Tu dato da Dio
a queste forme d'uomo.
Per cui poche paure.
Fatti midollo d'ossa rigogliose
compagno e
in fine
seme d'orizzonte.

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mercoledì, 11 novembre 2009
Siegfried Zademack: Der Verlfolger (www.zademack.com)
Annega in una perla d’onda
tutta la vita
funambulante assenza di Parola.
Quando la scrissi ai venti
ne vidi le giacenze
e Te farmisi carne
prima che cambiasse il tempo.
 
Il volo governa il nostro arco.
L’aria tra alfa e omega
e la lanterna del viaggio.
Quando un giorno si fa debito scorsoio
e respiri il vuoto acustico del mondo.
 
Amami
ché sono fatto di anni.
Di biforcazioni e sillabe di bene
di carezze misurate ai glicini
vaso di terra
e artefice di orme.
 
Ne parleranno gli occhi ai giunchi.
Della muta meraviglia
dei convitati a Cana.
Del flusso di sorrisi
che acceso scese
dalla Madre dell’incipit del mondo.
 
Fatti arenile del riposo.
Perché per molto
sei mancato al cuore.
E dicci
chiara
la strada
per dove ci risorgi.
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lunedì, 02 novembre 2009
Hanno Karlhuber: Die Energie Des Raumes (www.hanno-karlhuber.at)   
Ha un tempo sancito
la nidiata di raggi
il tuo avorio notturno
gemmato dal pianto
per la nuova vecchiaia della vite.

Costa il decollo agli aironi.
E a noi ascendere interi
sui mari che saldammo
ai fedeli tramonti.

Costa la dimora di ogni parola.
La piccola confortevole gioia
del palissandro istoriato
l'ebrezza che viene
consumato appena
il giorno di caccia.

Si nasce per rinascersi.
E il vestito imbevuto
di così inconciliabili freddi
è la somma dei venti
tanto fedeli agli addii
da annunciare la stagione a ponente.

Pulsano gli odori
insistenti
della non memorabile morte
della legna riarsa.
E nel buio ipogeo
provvisorio
ora sai il limite
l'inizio e la fine del miglio scolpito
da una semplice nube
che a noi fa la strada.

A noi
che siamo gli attesi.
E la norma più amata
del mondo.
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venerdì, 23 ottobre 2009
Siegfried Zademack: Die Zwei (www.zademack.com)
I due dei tramonti
inclinati dall'ora di autunno
cucivano vele
nello splendore che varca
tutte le attese.

Come si era marinai
lentamente.
All'oceano il suo ciglio di abisso
e il sordo attutirsi
dei richiami alle coste.

Ma i due.
Nelle tracce lasciate dal pane
si tradussero gli occhi.
Che un angelo musicante di Brema
li raccolse al passaggio
e narrò.

Bere di gioia per sottili sottane
per l'almanacco di pesci lacustri.
Per come Jutta salì il suo pendio.
Che ferma il respiro
la sabbia di clessidra
contata.

E ancora due
distesi
lastricati sentori di antico
tornarono sui corni da caccia.
E io non so se mi avesti a memoria
mentre a due sottraevo l'ignoto
e pur sempre restarono
a sapermi
i giri delle tue mani gemelle.

Come i due
tributari di un'acqua che cadde
nella luce improvvisa.
Come baci di due.
Nuovi.
O tornati appena nel mondo.
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sabato, 17 ottobre 2009
Bob Nunn: Oversight (http://www.dallasartsrevue.com/members/N/BNunn/BobNunn.shtml) 
L'orma lasciata è un sigillo
l'avanzo scosceso di una rupe
la scocca ormai salpata di galea.
Ma ho camminato e fino a te.
Feci un salto ieri
e ti trovai distesa
lungo il bacio fluviale della Sprea.
Perché tante cose vede il sole.

Una volta ricomposte le ginestre
ci sarai ancora
se rimarrà tenera la malta
al nostro muro.
Ti vedrò alzandomi con gli occhi
mentre chiuderanno ogni fessura
i prevosti di ogni bene.
E sarai tu
la folata della rosa
rimasta inerme nel sibilo dell'oltre.

Io ti abitavo
come a Mellensee
molto prima che cadessimo nell'erba
che i passaporti divisori
o le luci infocate dei cani di masnada
avvertissero il confine
delle sorti progressive
di menzogne menzognere
fissate per decreto dalla stella
che rossa
giace sui pinnacoli.

Io ti so al di là.
Ma i fili di ogni passo della seta
saranno
le nostre giovani indivise nubi
il finisterre
perfino quando il veto del Presidium
starà a sancire
le nostre vite estranee.

Ma proprio allora
ti prometto
saremo uno nell'altra.
Io coda di vento
ti sembrerò marea.
E tu così nuziale
nei tuoi occhi di Sassonia
mi accoglierai leggera
in tutto il mio ritorno.
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venerdì, 02 ottobre 2009
73503_jean_pierre_alaux_euterpe endormie 
Hai visto
la stirpe leggera
dei mondi marini?
E' il riprodursi del cervo
mentre transita agli occhi
la vita.

Giacobbe ebbe un sogno.
L'improvviso frusciare del volo
la scala del ritorno alla terra
la fede stellata nel cielo.

Li vedi i fallaci?
La sordina del vento
li fa così saggi
e fino a Jena
fino a Jena
mi portasti tu
in dono
un altare, un parnaso
una collera dolce di sguardi
e il passo lungo
il tuo baltico imbrunire
inarcato
lambito dalla pioggia serena di nubi.

mio timone angelo guida.
Le scorie scontate
le fedi abbreviate le so
come se nulla e più nulla io fossi.
O come
se in prestito al suolo lunare
chiedessi il freddo minore
la luce e il presidio
a un estremo riposo.

Ma tu sei del sole.
E ricomposti gli occhi
riguadagnati i cigli alle strade
io prego che il cuore ritorni
alle città antiche e sonore
uscite indenni
già
da una tela
tanto da tornarti nel grembo.

Rinfoderammo quindi la spada
e le parole dai soffi fendenti.
Le ancorammo piane e pulite
dall'acqua
perché di cose infinite si parla
quando stilla pulito il silenzio.
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mercoledì, 09 settembre 2009
Tim Schumm: Breaking Dawn
Te lo giuro sui cieli di Alvernia

che questo aereo ha il timone
innamorato di così tante baie
che mi portai sopra
e giuro, sì
che accadde qualcosa
proprio al mezzo dell'aria marina.

Io parlo parlo
e intanto spazzo col soffio del volo
l'ossigeno
che arriva a chissà quali labbra.
Come dare respiro a qualcuno
che né sai né vedrai.

Lo capii un giorno
che decisi di amare
la notte in grembo alla notte.
La preferii.
Perché decrittano gli occhi la luce
solo se raffinati
dal buio annegato nel buio.

Ma ora.
Questi veli arcangeli.
La rotta in questi chiarori.


Il già e non ancora giorno
col tutto sospeso
come il virginale in attesa
di un'amata nota
o della fiammella di un madrigale.

Il male non si debella.
Poco a poco scompare
per estinzione lenta del fuoco
nelle mille sprigionate lingue
per perduto vigore
o per illogica quiete.
Ma cessa.

La neonascita ha occhi chiusi.
E ti spingi dove vanno le mani.

Su un cippo di miglio
guadagnato
sulla via dolorosa
dove ogni gemma geme
nel suo rifiorire perfetto.

Chi vede le stagioni sa
che il futuro è un semplice semplice abbraccio
e tu
col passo sul greto
l'infinito decimale del mondo.

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domenica, 30 agosto 2009
Simon Edwards: Pinnacle
L'amore ha tronchi
arroccate radici in rapide
dove i passi distillati fatali
del semprefreddo Reno
riconoscono la via.

Rimasi tanto e tanto
nell'attesa d'acqua
per tergervi i fili d'erba
così che risuonassero
nel bacio del passaggio.

Ti ebbi mia saggia neve.
Nell'infuso sogno
di come si diventa
piani e onesti
aspettando
ogni giorno
la razione di quel giorno.

Rimane il cammino di due alberi.
Da Sciaffusa al lago pensile
fino agli occhi fatti mari
di quando mi guardi
e nella voce l'ora precisa
di saperci.

Urta il vento le rive
e apostrofa i viandanti
muti sui cartigli
silenti senza rimedio
rimasti d'improvviso
senza mondo.

Sono poeti che la bellezza disarciona
coloro cui la parola manca
nell'esatto momento dell'azione
con versi rantolanti di dolore.

Non parlo di te
ma a te come foglia
di vene esili
che chiede vita
nel conto esatto dei suoi resti.

Perché nei cari margini del detto
nelle promesse
recluse in una conca di germanio
gemmò quel minimo
sempiterno
che ci demmo.
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martedì, 28 luglio 2009
Zac le Poete: La Valse des âmes, le point zéro
Che ne facciamo di Brest?

I venti deponenti ci elessero
a loro voci
nei covi d'aria.
E schivo
un bacio
assecondò il faro
ventaglio roteante
per regalarsi ancora alla penombra.

E' dalla roccia
che si fa sabbia
la carezza.
Quando ti commuovi
per la cordigliera.
Quando il vapore arcuato
dei solenni aerei
proietta l'ombra della scia
e linde crespature
baciano i piedi dei vecchi
tornati all'acqua.

Si scrive musica
ancora
per le ferite stalattiti
o sulla via della seta.
O per me isola di pioggia
di pampini cremisi.
Si veleggia coi panni stesi
a vestire il nudo orizzonte
quasi non bastasse il mare
a compiere l'abisso in una linea.

Io sono goccia di marea
ma conobbi un giorno
lo conobbi
in cui al netto del mio tempo
capivo il cielo
come l'ago il nord
con il sole e il suo sistema
scritti nella mano.

Gigli esanimi in un lago
ora
le parole sigillate
dal respiro estremo
sono pavesi intristiti
sugli alberi d'autunno
memoria di laudi campestri.

I semplici
sanno chiamare i santi a convegno
coronare il raccolto di preghiere
e molte altre cose
come curvarsi di pietà
sul malato leccio
o invocare il plenilunio
a guida delle barche.

Evaporato il lume
di tutte le ragioni
tornerò qui.
E mi ritroverò
perdutamente nella branle

deposta ai piedi
delle tue lanterne.
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lunedì, 13 luglio 2009
Réné Magritte: Les Grâces Naturelles
Sul secondo silenzio
si guarda quanti occhi
ha il vento a Ostenda.
Il nucleo del cerchio d'aria
che rannuvola
l'arrivo dell'acqua alla sua riva.

Ci vengono ancora
i vecchi
coi posti già assegnati
dei vent'anni
quando i voli di ragazze in grembo
forgiavano dal più composto bacio
l'estate interamente
e tutto
il tramonto trasformava
nella notte più propizia.

Le infiorescenze della luce
riversano il futuro
come un petalo aperto
leggero ma leggero
sul corso giovane
di un fiume.

Per ognuno
c'è la strada dei suoi passi.
Anche per me
che coltivavo sicomori
e un giardino di cigni
nella neve.

Si chiama quiete l'approdo
discesa
sulle corde della pioggia
fra i canti d'amore
impigliati nel veliero
o nella città rupe
sospesa come un cuore.
O fra le nubi ostaggio di un cristallo.

Quanti occhi avrai
deciderà
la notturna trebbiatura
dei gemiti di foglie
l'ascolto del sonno della luna
la rosa deposta
fra gli scacchi del perdono.

Sarà allora che
si farà rinata
ogni cosa.
Le torri sorrette da una piuma.
Indiviso l'aquilone dal suo volo.
E tenue gemmerà
dal tuo silenzio
la più acuta diottria del falco.
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